13 Gennaio 2019

Pochesci: “Balata è stato coerente col format. Bene il progetto Cittadella e Lecce, meno il Foggia. Ternana? La salvavo bendato…”

POCHESCI BALATA – Per il primo appuntamento del 2019 con mister Sandro Pochesci abbiamo voluto tirare le somme dell’anno appena conclusosi. Uno dei più tormentati in ambito extra-calcistico, ma anche ricco di spunti per ciò che concerne il terreno di gioco. Salve mister, comincio con un quesito di carattere quanto mai generale. Che bilancio del 2018 si può […]

POCHESCI BALATA – Per il primo appuntamento del 2019 con mister Sandro Pochesci abbiamo voluto tirare le somme dell’anno appena conclusosi. Uno dei più tormentati in ambito extra-calcistico, ma anche ricco di spunti per ciò che concerne il terreno di gioco.

Salve mister, comincio con un quesito di carattere quanto mai generale. Che bilancio del 2018 si può fare per la Serie B?

“Diciamo che abbiamo visto cose mai accadute prima. Squadre che non sapevano in che categoria avrebbero giocato, un caos infinito per i ripescaggi: la crisi del sistema è emersa pesantemente. Solo chi ha una grande passione può ancora guardare questo sport, perché le tante situazioni hanno falsato la stagione. A me è sembrato surreale, si è toccato il fondo a livello organizzativo. Devo dire che almeno la Lega B ha avuto una sua coerenza, il presidente Balata si è battuto dall’inizio alla fine per questo format. Questa però deve essere una soluzione solo provvisoria, il turno di pausa è troppo penalizzante. Pensa ora al Livorno, che dopo la pausa deve attendere un’ulteriore settimana. Se dovessi definirlo, è stato il campionato del dubbio: nessuno sapeva come si sarebbero evolute le cose. Le tre grandi piazze che sono sparite dovevano essere curate prima, quando gli organi di controllo se ne sono accorti hanno trovato cadaveri.”

Tornando al calcio giocato, voglio chiederle qual è la stata la nota più lieta della cadetteria. 

“Certamente il Cittadella: l’esempio perfetto di come si possa ottenere la massima resa con la minima spesa. In un calcio in cui, salvo eccezioni sempre più rare, vince chi ha più soldi, la società col monte ingaggi più basso della è da due anni e mezzo in zona play-off. Questo significa che amministrando bene le entrate si possono programmare stagioni eccellenti senza svenarsi troppo economicamente: tanti club, tra cui alcuni che non ci sono più, avrebbero dovuto seguire questo modello. Mi piace ricordare che Kouame l’anno scorso in maglia granata ha fatto tanta panchina e ora al Genoa ha tutte le big su di lui. Il mio premio, dunque, va al miglior progetto Made In Italy della categoria. Sta facendo grandi cose anche il Lecce, grazie a Liverani. Lui ha scelto di andare sugli uomini, piuttosto che sui calciatori, e ha portato in Puglia solo gente che già conosceva. Ci sono allenatori che giocano sempre con gli stessi, anche se io personalmente non sono convinto di questo modo di agire. Ammetto, però, che se mi trovassi in una società importante forse qualche indicazione del genere la darei, però di base cerco di considerarli tutti uguali. Onore, ad ogni modo, alle decisioni del mister, che si stanno rivelando vincenti.”

Per una squadra che spende pochissimo, ce ne sono altre, come la Cremonese, che investono molto e non ottengono i risultati sperati…

“Infatti alla Cremonese va la palma della peggiore. Non si tratta di spendere, perché anche Palermo, Verona Benevento lo fanno, ma di usare raziocinio. Una squadra che sta a 22 punti non vedrà la propria spesa rientrare, perché molto difficilmente ambirà alla Serie A. Se si sono avvicendati tre tecnici in 12 mesi e i risultati non sono mutati, chi decide deve cominciare a fare un mea culpa. Un errore di questa società, secondo me, è quello di mettere sotto contratto troppi calciatori: per un allenatore gestire più di 30 ragazzi diventa complicato, soprattutto in B, dove i club sono impegnati su un solo fronte. Già quando un mister deve badare all’undici titolare faticherà ad accontentare tutti, perché magari troverà chi vorrebbe occupare un’altra posizione o chi si dispiace perché l’amico più stretto fa panchina: se le rose sono così lunghe, come si mantiene il buonumore dello spogliatoio? Per me il nucleo deve essere costituito solo da 14 tesserati, gli altri devono essere ingaggiati già consapevoli che faranno panchina. Le rose “profonde” giovano al sistema, ma non alle squadre. Un maggior numero di posti di lavoro genera gruppi quasi sempre spaccati: vediamo cambi di mister a ripetizione, tre direttori sportivi che si spartiscono le aree di influenza. Chi non gioca come la trova la condizione? Quando entrerà sarà sempre in ritardo rispetto ai compagni. Noi creiamo i dualismi, in alcuni ruoli ci sono tre a contendersi una maglia, ma a cosa serve? Il calcio non si fa così. Mi vien da ridere quando si parla del turn-over per tre partite in una settimana: se la preparazione è fatta bene, i giocatori sono tranquillamente in grado di reggerle.”

Se almeno la Cremonese ha un progetto ambizioso, come si spiega il fatto che la stessa dinamica si verifichi anche a Padova?

“Magari chi ha firmato biennali un anno e mezzo fa si è rifiutato di scendere nuovamente in C. Fatico a comprendere calciatori che preferiscono la panchina al campo, anche se in categoria inferiore, ma per la società è una bella grana. Avere una trentina di tesserati a Padova rende davvero complicato il lavoro dell’allenatore, ma questo accade per la bravura dei procuratori. Ormai sanno vendere benissimo i loro assistiti e creano una nuova figura: il panchinaro professionista. Sapessi quante volte mi è capitato di sentirmi proporre calciatori dalla grande esperienza in Serie B che magari avevano la media di una partita all’anno. Le dirigenze dovrebbero avere la personalità di puntare su chi piuttosto è da un triennio in e ha buoni numeri: solo così potrà cambiare qualcosa.”

Venendo nuovamente alle cose positive, saprebbe indicarmi alcuni nomi di calciatori che le hanno fatto un’impressione particolarmente buona? Non mi riferisco ai soliti noti, ma a qualcuno di cui si parla meno…

“A me piaceva moltissimo Sprocati, mi dispiace che in non stia trovando spazio. Poi posso dirti di Jallow, Brugman, Castagnetti, TremoladaFalzerano. Ce ne sono di giocatori che hanno fatto benissimo in B, spero che questo patrimonio non venga disperso.”

Ora proiettiamoci nel 2019 col calciomercato: chi sta compiendo le operazioni migliori?

“Parto proprio dal Perugia con Falzerano, che si è dimostrato uno di quelli in grado di fare la differenza. Il Brescia si sta muovendo molto bene, come l’Empoli un anno fa: vedremo se gli innesti mirati permetteranno loro di vincere a mani basse come credo. Non mi convincono quelle società che hanno intenzione di rifondare e cambiare più di metà squadra. Posso comprendere al massimo quei club che hanno appena cambiato tecnico e si fidano delle sue indicazioni, tuttavia sempre con moderazione. Penso alla Salernitana, che ha uno dei migliori organici della cadetteria e sta mettendo in discussione tantissimi calciatori forti: questo modus operandi a gennaio non mi convince affatto. Gente come Jallow Anderson non merita di partire, perché le qualità di entrambi sono notevoli. Non capisco neanche perché il Foggia voglia toccare l’attacco, dato che i gol stanno arrivando e la difesa è un colabrodo. Io di Mazzeo, ad esempio, non mi priverei mai. Una squadra che, sul campo, sta a metà classifica dovrebbe limitarsi a guardare a innesti che possano correggere le falle tra reparto arretrato e mediana.”

Chiudiamo l’intervista e il discorso legato ai bilanci con la domanda più personale. Che anno è stato per lei questo 2018?

“Io sono entrato in un mondo nuovo e considero l’esperienza più che positiva. Non credo di aver fatto bene, molto di più: ho lasciato una squadra che combatteva per la salvezza e a fine stagione è retrocessa perdendo le prime 5 dopo il mio esonero e le ultime 5 del campionato. Più bello di quello che ho vissuto c’è solo la nascita di un figlio. Sono felice di essere entrato nel cuore di un popolo che è come me, operaio e predisposto alla sofferenza e ai sacrifici. La gente che ho portato allo stadio per quel derby che Aureliano ci ha sottratto al 93′ non si è più vista al “Liberati”: erano più di 10.000. Non ho mai perso 3 partite di fila con una rosa che tutti definivano inadeguata, ma che forse non lo era così tanto. Dopo sono emerse tante difficoltà, dal punto di vista prettamente societario: due cambi di allenatore, tre di direttore sportivo. La bussola è stata persa. Dal punto di vista personale, ripeto, ho guadagnato tanto in autostima: nessun tecnico mi ha messo in seria difficoltà, ho patito di più certe partite di Eccellenza. Tanti dettagli cambiano  e le pressioni sono diverse, ma in campo tutto è uguale. A detta di tutti oltre a giocarmela ho espresso anche un buon calcio. Guardare il bicchiere mezzo vuoto è facile, si contestano allenatori vincenti e lo si può fare anche con me: nel calcio tutti possono parlare, ma in pochi capire. Lo dico senza remore ora che le acque si sono calmate: la Ternana la salvavo bendato, perché la bontà del mio lavoro emerge dai numeri. Non mi sento un allenatore retrocesso, perché non ho accompagnato la squadra in Serie C. Sono un mister esonerato, che ha fatto pareggiare una squadra composta da gente arrivata decima in Lega Pro contro l’Empoli che ha dominato il campionato e il Parma che ha conquistato la Serie A. Chi è arrivato dopo di me ha detto che i ragazzi non erano di categoria, ma il Presidente non ha voluto privarsene e mi è stata attribuita la colpa di una campagna acquisti che non ho avallato, ma accettato. Tutto ciò mi ha dato tantissima forza, non mi ha abbattuto: dispiace per la Ternana, ma non mi sento responsabile per la retrocessione. Oggi la società sborsa 9,5 milioni per la C, con me ne spendeva 4,6: qualcosa mi sfugge. Sono stato cacciato perché la squadra era forte e io inadeguato, due mesi dopo si parlava dei calciatori come tanti brocchi. Io ho cercato di far capire all’ambiente che non dipendeva da me, purtroppo Bandecchi ha dato retta ad altre persone. Ora, però, voglio guardare avanti: non ho mai smesso di studiare, di girare per i campi, di guardare i settori giovanili, di analizzare anche sette partite al giorno. Non do per scontato che aspetterò giugno per allenare, sono ancora fiducioso che la sfida giusta possa arrivare da un momento all’altro. Non cerco una piazza normale, ma stimoli forti e importanti. Io sono nato per essere un uomo di campo, sto bene solo a contatto col profumo dell’erba. Ora però sono ancora più ambizioso: non voglio accontentarmi di stare in panchina, bensì continuare la mia scalata. Mi manca una sola categoria e farò di tutto per raggiungerla, perché credo in me stesso e so di poter dimostrare di meritarla.”

 

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