ESCLUSIVA PSB – Formisano: “Benevento? Addio triste ma già alle spalle. In Italia serve una rivoluzione metodologica”

“È sapiente solo chi sa di non sapere, non chi s’illude di sapere e ignora così perfino la sua stessa ignoranza”. Così Socrate descriveva un concetto straordinariamente attuale e sicuramente dai più, purtroppo, sottovalutato: è deleterio crede che la conoscenza abbia dei limiti. Bisogna avere il coraggio, la convinzione e la passione di rimettere continuamente in gioco il proprio credo. Elasticità mentale al servizio del miglioramento continuo, nella vita così come nel calcio. Non è corretto credere che esistano dogmi insuperabili, bensì bisogna aprire le porte al confronto e al dialogo, strumento per rendere al meglio in ciò che si fa. Novità elevata da anni di studio (e risultati): è questo il biglietto da visita di Alessandro Formisano, allenatore reduce dalla fine dell’esperienza alla guida dell’Under 17 del Benevento. Intervenuto in esclusiva ai nostri microfoni, ecco le sue dichiarazioni.

Il tuo percorso con il Benevento ha portato alla valorizzazione di un gruppo, quello 2003, che ha dimostrato prospettiva e risultati nelle competizioni affrontate. Cosa ti ha lasciato questa esperienza, in termini umani e professionali?

“È stata un’esperienza che mi ha lasciato tanto sotto tutti i punti di vista, mi ha aiutato a migliorare una parte di me, quella del lavoro collettivo, su cui dovevo sicuramente lavorare. Negli anni precedenti avevo portato avanti un grandissimo lavoro individuale, e ritengo che l’annata 2003 mi abbia aiutato a fare lo step definitivo nella gestione di un gruppo. Abbiamo battuto tutti i record possibili e immaginabili, come il record di vittorie in un campionato Allievi Nazionali Under 16 A e B, il record di punti e vittorie in questa categoria per il Benevento, senza dimenticare che abbiamo ottenuto il miglior piazzamento nella storia del club. Siamo arrivati alle Final Four, ovvero le finali scudetto, dove abbiamo perso contro l’Empoli, poi Campione d’Italia e concluso al terzo posto. Da un punto di vista umano ho stretto un legame profondissimo con i ragazzi e ho avuto modo di toccare con mano storie dall’elevato contenuto emotivo. C’era chi veniva da un’annata non particolarmente brillante e che, attraverso il lavoro, è riuscito a conquistare la Nazionale, così come chi voleva smettere di giocare a calcio ma è stato convinto dal sottoscritto a insistere con la volontà di inseguire il proprio sogno, per poi diventare capocannoniere del campionato. Gentile, Olimpio, Agnello: potrei citarli tutti. Il fatto che per alcuni elementi di questo gruppo si stiano per aprire le porte della prima squadra, e magari per qualcuno arriverà anche il debutto, mi gratifica e fa capire quanto di buono sia stato fatto in questo biennio”.

Che attenzione riservava la dirigenza al vostro cammino?

“La dirigenza, soprattutto nei primi anni, ha avuto grandissima considerazione del mio lavoro. Basti pensare che dopo solo un anno di lavoro con il Caravaggio, a ventiquattro anni, ho avuto l’opportunità di esordire nel professionismo. Ci sono state persone che mi hanno supportato costantemente, come il Responsabile Diego Palermo. La scalata nel Benevento mi ha portato a essere Responsabile dell’attività di base, poi allenatore dell’Under 15, poi dell’Under 16 e infine dell’Under 17. L’attenzione riservata, soprattutto in passato, è stata maniacale. Negli ultimi anni, però, c’è stata un’inversione di tendenza. È mancata la figura del Responsabile Tecnico, per un anno ricoperta in maniera magistrale da Pasquale Bovienzo, cui devo tanto. Qualcosa si è perso dal punto di vista metodologico, ma devo riconoscere come l’attenzione sia stata sempre massimale da un punto di vista infrastrutturale, in termini di convitti e possibilità, senza dimenticare l’importanza che il club nutre nel percorso formativo e scolastico dei ragazzi”.

Nonostante la giovane età, hai dimostrato di avere conoscenze definibili, senza timore di iperbole, visionarie rispetto al panorama calcistico giovanile e non. Una tua grande qualità è quella di saper toccare le giuste corde con l’ausilio del dialogo, fondamentale quando si lavora con le diverse sfaccettature che legittimamente presenta un ragazzo. Percepisci un’inversione di tendenza in termini di metodologie nel calcio giovanile italiano oppure credi che il tuo lavoro, così come quello di altri tuoi colleghi, sia ancora una goccia nell’oceano di antichità in cui ha nuotato il nostro calcio nel recente passato?

“Nel corso del lockdown ci sono state iniziative come la mia, Task Force Football, che ha coinvolto circa duemila addetti ai lavori in meeting internazionali per aprire la mente ad altre metodologie e che ritengo siano servite, ma l’Italia, a mio avviso, dal punto di vista metodologico è ancora indietro. Il paradigma non riesce a essere invertito, si parte sempre dal gesto tecnico per arrivare alla situazione quando in realtà dovrebbe essere l’esatto opposto. Il calciatore andrebbe lasciato libero di interpretare la circostanza e, soprattutto in un settore giovanile, libero di affrontare un percorso in maniera autonoma e consapevole. Il formatore, perché per me c’è una grossa differenza tra allenatore e formatore, è un creatore di contesto che, arrivata la domenica, non può incidere più di tanto, perché gli spazi di gioco, che sono creati dalle relazioni dei calciatori, sono determinati da quest’ultimi e non da un formatore che può essere esterno a queste dinamica. Da questo punto di vista, come dicevo, l’Italia è ancora molto indietro, ciò non significa non essere in grado di affrontare un percorso di innovazione ma è un ambiente, quello del settore giovanile, molto chiuso, legato a una casta, dove un giovane come me, che a 29 anni ha comunque 123 panchine tra i professionisti, è visto come un qualcuno che vuole rompere equilibri predefiniti. Questa è una mentalità obsoleta, che andrebbe assolutamente cambiata”.

Guardiola ha raccontato di aver assimilato da Julio Velasco come la chiave per elevare la qualità del lavoro di un allenatore sia quella di saper, in un certo senso, personalizzare la propria capacità formativa con gli atleti con cui si lavora, perché ognuno di noi ha attitudini diverse ed è errato pensare di poter relazionarsi con tutti alla stessa maniera. Quanto hai avuto modo di provare sulla sua pelle questo discorso con un gruppo composto interamente da giovani, presumibilmente più emotivi e con strutture caratteriali ancora in divenire?

“Sono molto legato a questo concetto di Julio Velasco. Ritengo che un buon formatore debba essere un camaleonte in grado di entrare in empatia con i propri calciatori. Ogni gruppo squadra è diverso, ogni ragazzo è un sistema dinamico complesso che vive le emozioni in maniera intima e diversa dagli altri, ergo l’allenatore/formatore deve relazionarsi a questa differenza con grande specificità, perché ognuno ha un proprio grado di comprensione del gioco e di relazione con l’ambiente. Il formatore deve essere aperto, questo poi ha effetti diretti sulla metodologia. Spesso abbiamo a che fare con allenatori e/o formatori che costruiscono la squadra in base alla propria idea di calcio, ergo prestabilendo un modello di gioco con dei principi, standardizzando il tutto. Reputo questo l’errore più grande che si possa commettere, poiché sono le caratteristiche dei calciatori, come vivono le emozioni, ergo la loro intelligenza emotiva e il loro grado di relazione, a definire il modello di gioco e non viceversa. Dunque ogni nuova squadra che si allena costituisce una nuova avventura e, in quanto tale, va vissuta in maniera diversa”.

La più classica delle conclusioni: dove e quando rivedremo in panchina Alessandro Formisano?

“Mi vedo in un progetto ambizioso e duraturo, che mi permetta di allenare e formare giovani ragazzi, senza vincoli e altre dinamiche. Sono uno che, pur essendo molto giovane, ha le spalle larghe, non accetta compromessi, sa cosa vuole, quali sono i propri limiti e dove vuole arrivare. Cerco un progetto che sia confacente al mio percorso di crescita, non sarà una pagina triste come quella dell’addio al Benevento a compromettere il mio percorso perché sono molto ambizioso, ho tanta voglia di ripartire e mettermi alle spalle questa parentesi. Mi vedo in panchina, sempre dalla parte dei ragazzi”.

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ESCLUSIVA PSB – Formisano: “Benevento? Addio triste ma già alle spalle. In Italia serve una rivoluzione metodologica” ultima modifica: 2020-07-23T09:15:28+02:00 da Francesco Fedele
Classe '96, brividi al solo pensiero che diversi miei coetanei sono calciatori professionisti, starò invecchiando? Studente di Economia Aziendale, italiano di nascita ma cittadinanza napoletana, appassionato di calcio a tal punto che la prima parola detta è stata "Gol" invece di papà o mamma. Ah, quando ho tempo scrivo, o almeno ci provo.

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