Risultati nel segno della continuità: il Cittadella è un gioiello tecnico e manageriale

La progettualità, nel calcio italiano, è un argomento dibattuto ma, allo stesso tempo, precariamente analizzato. Viene, legittimamente, sottolineata l’assenza di tale fattispecie senza però specificare cosa si voglia intendere e, soprattutto, evitando di palesare esempi che guidino la propria esposizione. Sono utilizzate parole, frasi, espressioni gettate lì in un calderone poco armonico e confusionario. Cosa vuol dire “progettualità”? Chi riesce a implementarla?

A onor del vero, gli esempi nell’Italia del pallone non sono innumerevoli, in particolar modo quando, oltre ai risultati sportivi, sono presi in considerazione le abilità manageriali propedeutiche al perseguimento degli obiettivi di campo e, in prima istanza, del principio di continuità aziendale, oramai impossibile da sminuire e sottovalutare nel mondo del calcio. Ottenere risultati e gestire in maniera efficace ed efficiente la propria azienda sportiva: questa è progettualità. Questo è il Cittadella.

Una compagine indelebilmente associata alla famiglia Gabrielli che oggi, nella persona di Andrea Gabrielli, alimenta continuamente il desiderio di portare avanti l’operato a suo tempo avviato dal padre Angelo. Un percorso vissuto per tappe, che hanno permesso di conoscere le dinamiche del settore e regolare di conseguenza il proprio operato. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: quattro qualificazioni consecutive ai playoff per approdare in quella categoria rappresentata dalla prima lettera dell’alfabeto che lo stesso Andrea Gabrielli evita di pronunciare per simpatici e rispettabili motivi.

Il campo, elevato a giudice supremo, sentenzia in maniera costantemente gioconda grazie all’operato del direttore generale Stefano Marchetti e del tecnico Roberto Venturato (e rispettivi staff). Due eccellenze nei rispettivi ruoli, professori per idee, costruzione della rosa e rendimento. Sotto un aspetto tecnico-tattico, il Cittadella è una delle squadre più positivamente identificabili della cadetteria: ha un’identità chiara, che non si snatura ed è piacevole da osservare e analizzare. Il credo di Venturato implica la necessaria disponibilità dei calciatori a seguire e sposare il concetto di applicazione collettiva: la costruzione della manovra non è lasciata ai singoli ma può e deve beneficiare di quante più opzioni possibili, motivo per il quale l’accompagnamento deve essere corale. Non è un caso (dato, quello ora esposto, che ovviamente andrebbe approfondito ma che è un opportuno viatico nella trattazione) che, nelle prime quattro uscite in campionato, in tre occasioni i veneti abbiano collezionato più passaggi totali e possesso palla degli avversari (unica eccezione la sfida contro il Brescia, seppur sia da sottolineare come tali dati nel secondo tempo, dove sono arrivate tutte le reti del 3-0 finale, abbiano sorriso al Citta). Ordine e disponibilità che lasciano al posto al caos intenso e vigoroso generato dai calciatori offensivi.

Roberto Ogunseye è l’ennesimo capolavoro tecnico e gestionale del direttore Marchetti: raccogliere l’eredità di Davide Diaw non era e non sarà facile ma, al momento, l’attaccante classe ’95 ha dimostrato di avere peculiarità notevoli, funzionali ed efficaci. Fisico possente, esplosività, una più che discreta tecnica e accuratezza nei movimenti. Christian D’Urso è un trequartista di cui, probabilmente, si parla poco: tecnica, visione, capacità di generare superiorità numerica, doti atletiche. Il futuro è sicuramente dalla sua parte. Speranze considerevoli riposte anche in Cédric Tsadjout e in Camillo Tavernelli: quest’ultimo veniva da una stagione con il Gubbio con impressioni positive ma senza gol a referto: chi conosce e riconosce il talento, fortunatamente, va oltre le statistiche: ecco che è arrivata l’opportunità in Serie B, che il classe ’99 sta sfruttando con il giusto impatto (e una rete di pregevole fattura nel corso dell’ultimo match contro il Pordenone: un saggio di tecnica, coordinazione e balistica). Trequartista e attaccanti che, nel calcio di Venturato, sono chiamati a muoversi continuamente per evitare di dare punti di riferimento: continue rotazioni che, è bene precisarlo, hanno un senso e non sono mai frutto di improvvisazione. Muoversi per aprire spazi, ricevere il pallone, servirlo o puntare il diretto avversario. Tutto ciò senza soluzione di continuità. Intensità, ritmo, tecnica: calcio. 

Profili funzionali e poco mediatici, perché in un ambiente come quello del Cittadella la forma diventa tale con il tempo, ma ciò che inizialmente conta è la sostanza e la consapevolezza di dover superare i propri limiti e paradigmi per onorare la causa e dimostrare di essere ciò che serve per compensare possibilità economiche minori rispetto a realtà più facoltose. Capacità di investimento che Gabrielli ha deciso di destinare anche alle infrastrutture del club (doveroso, quindi, un ulteriore appunto alla bontà manageriale che contraddistingue i vertici societari): il tema stadio, come noto, è centrale e mira a tutelare presente e futuro del club.

Saper fare calcio, dunque, implica al giorno d’oggi la necessaria ricerca di risposte in più ambiti: quelli qui citati (gestionale e sportivo) sono con ragionevole certezza i più importanti e considerati. Per suggerimenti, chiedere al Cittadella.

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Classe '96, Laureato Magistrale in Economia Aziendale con una tesi sulla Corporate Governance delle società calcistiche, italiano di nascita ma cittadinanza napoletana, appassionato di calcio a tal punto che la prima parola detta pare sia stata "Gol" invece di papà o mamma. Quando ho tempo scrivo, o almeno ci provo.

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