ESCLUSIVA PSB – Venezia, Zanetti: “Abbiamo un’identità chiara, la squadra crede in ciò che facciamo”

PAOLO ZANETTI VENEZIA – Quello che vediamo sul campo è solo il prodotto finale di un processo di creazione e lavorazione che coinvolge una filiera tecnico-tattica nel corso della settimana. Tale processo ha dei porti sicuri in cui rivedersi e ritrovarsi, che danno indicazioni e designano la rotta da seguire. In quel di Venezia, certe corrispondenze si palesano parlando di e con Paolo Zanetti. Discutere con l’allenatore dei lagunari conferma e incrementano le sensazioni positive derivanti dalla visione e dall’analisi di una squadra che ha nettamente conquistato gli occhi (e le tastiere) della platea della cadetteria, che a inizio stagione non dava credito a un percorso che si sta rivelando affascinante e convincente per consapevolezza e proposta. I lagunari giocano implementando idee innovative, elastiche, razionali ed efficaci. Per approfondire temi così nobili e accattivanti, abbiamo raggiunto in esclusiva l’allenatore del sodalizio veneto.

Nella Serie B probabilmente più equilibrata in termini di aspettative degli ultimi anni, il Venezia ha meritatamente guadagnato la targa di rivelazione della prima parte di stagione. Un percorso, il vostro, che vedendovi giocare e applicare determinati principi e concetti di coralità sembra durare da molto più tempo. Cosa sta creando Paolo Zanetti con il suo staff?

“Fa piacere che ci siano opinioni positive sul nostro operato, questo testimonia che la società nel suo complesso stia facendo un discreto lavoro. Quello che vogliamo creare è, innanzitutto, un’identità ben chiara. Questo è un percorso che a Venezia è stato avviato già nella passata stagione con un allenatore giovane e molto bravo come Dionisi, e sta continuando quest’anno con me, con un sistema di gioco diverso, seppur con dei concetti simili. L’input derivante dalla società, dunque, è chiaro. Bisogna valorizzare i calciatori grazie a un contesto tecnico-tattico che possa aiutarli a crescere, ergo cerchiamo di praticare un calcio basato su concetti ben precisi e principi di gioco, portandolo avanti al di là del risultato”.

Tralasciando i comunque ottimi risultati, per addentrarci nell’analisi, il Venezia brilla per consapevolezza e attenzione a implementare i propri principi di gioco sulla base delle letture situazionali che lei chiede ai suoi calciatori. Un simile concetto non va mascherato come banale, perché capita che il lavoro segua un indirizzo diverso, dove lo spartito da recitare è unico e non si cerca di aggiungere tasselli alle proprie possibilità.

“È vero, è questo ciò che ricerchiamo. Ragioniamo su principi di gioco che portano a poter implementare una certa duttilità tattica: impostiamo in un modo, difendiamo in un altro, possiamo cambiare lo schieramento. La cosa importante è che i calciatori traggano beneficio da ciò e non ci rimettano, perché sono disegni costruiti con la volontà di far mare all’avversario. La duttilità che ho appena citato è dunque basata su concetti che ci permettono di portare avanti una determinata filosofia. Qualche volta riesci ad applicare ciò che vuoi, altre no, perché questo è un campionato con valori elevati e molto difficile, però è una filosofia che sposiamo e vedo che i ragazzi, oltre a divertirsi, credono in ciò che facciamo. Questa credo che sia la cosa più importante di tutte”.

Il lavoro sui dettagli e sulla circostanza si riflette anche nelle caratteristiche dei calciatori che ha in rosa e nella gestione che lei sta portando avanti e che cerca di combinare l’identità con le specifiche richieste di ogni partita. I tempi di gioco regolati da Vacca, la netta crescita di Fiordilino nella propensione a invadere lo spazio creato dai movimenti senza palla, la solidità garantita da Mazzocchi, l’estro intriso di intensità che anima Di Mariano, così da palesare qualche nome. Letture, relazioni, principi e tanta qualità.

“Ho giocatori che, per caratteristiche, si prestano a questa idea. Abbiamo lavorato molto anche sulla mentalità. L’esempio più pratico di questo percorso è proprio Fiordilino: è un giocatore che è sempre stato considerato ottimo a livello difensivo, ma in realtà ha anche altre doti, perché sa inserirsi, è caparbio, ha un buon tiro e tempi di gioco, ergo è entrato in un contesto diverso, che l’ha portato a passare da playmaker a mezzala. Vacca, invece, è un play con caratteristiche uniche, ha un livello altissimo di gioco-corto. I nostri centrocampisti, dunque, combaciano perfettamente con un determinato credo, ma abbiamo anche dei difensori ai quali posso chiedere di giocare da dietro, senza buttare via il pallone, concetto che riguarda anche Lezzerini, il portiere che gioca più palloni utili nel campionato, perché ha grande personalità e si presta a questo tipo di gioco. Stesso dicasi per gli attaccanti, che sono costantemente coinvolti. Tanti allenatori hanno idee, ma per metterle in pratica bisogna cercare e ottenere una simbiosi con le caratteristiche dei calciatori. Quest’anno sta succedendo, anche perché abbiamo cambiato mentalità: questa squadra nella passata stagione, seppur giocando un buon calcio, si è salvata all’ultima giornata, mentre in quest’annata stiamo cercando di alzare l’asticella dell’ambizione, mantenendo comunque alta la qualità del gioco”.

A inizio stagione c’era tanta curiosità attorno a lei e alla squadra per un progetto ex novo, ma il passare delle settimane avete, come detto in apertura, legittimato uno status sicuramente importante. Come sta gestendo le pressanti attenzioni createsi attorno alla squadra? Quali corde si toccano per fare in modo che non subentri la paura di sbagliare e di perdere i consensi guadagnati?

“Le aspettative non devono essere un problema, perché l’ambizione equivale all’aspettativa, dobbiamo conviverci e la nostra crescita mentale passa esattamente da questo: pensare che stare in alto implichi imparare a convivere con certe dinamiche. La questione va ampliata: analizzando i numeri, siamo tra le prime tre squadre che creano più occasioni da gol ma, allo stesso tempo, siamo tra le ultime per percentuale di conversione delle occasioni in gol. Questa è una cosa pericolosa a livello psicologico, perché può far perdere qualche certezza. Il mio compito è fare in modo che ciò non succeda, la squadra deve assolutamente continuare a credere in ciò che facciamo e lavorare per migliorarlo, ovviamente nel calcio vince chi fa gol e allo stesso tempo non ne prende, ma lavoriamo su un concetto di base molto più ampio. Non dobbiamo dissipare la nostra identità, che ci ha portato fino a qui. Tutti sappiamo che avremmo potuto avere qualche punto in più senza essere tacciati di aver sportivamente rubato qualcosa, ultimamente sta succedendo questo, non portiamo a casa quanto meritato, ma sappiamo anche che i momenti passano e che la nostra forza è e sarà nell’identità, al di là degli eventi. Il nostro è un progetto a medio-lungo termine, e lavoriamo insieme solo da quattro mesi”.

Soffermiamoci su di lei: i compiti che ora chiede a Vacca e Fiordilino, ovvero giocate corte o in ampiezza, inserimenti, supporto, costruzione, interdizione, ricalcano l’architettura che caratterizzava il suo Sudtirol con Broh e Berardocco. Emerge quindi la sua convinzione in determinati concetti di gioco. Estendendo, però, il discorso: quanto si è evoluto il suo credo calcistico grazie alle esperienze maturate in questi anni?

“Molti concetti che sto proponendo quest’anno li proponevo anche al Sudtirol, seppur giocando con un sistema diverso. Ho imparato a non fissarmi su un sistema bensì su diversi concetti. Credo molto nelle varianti, anche a Bolzano costruivamo in un modo e difendevamo in un altro. Inoltre sono migliorato nelle relazioni con i calciatori, perché salendo di categoria si trovano calciatori diversi, con altre esigenze e mentalità. La cosa più importante è cercare la credibilità tecnica per farsi ascoltare e riuscire a ottenere determinate risposte sul campo. Questa cosa l’anno scorso mi è riuscita qualche volta, nella stagione in corso invece è una costante, così come a Bolzano. È importante che l’allenatore ottenga la disponibilità del gruppo. Ho rafforzato la mia idea offensiva, basta sulla volontà di dominare il gioco e trovare il modo di far male all’avversario. Al di là delle categorie, è il punto fisso che ho nel mio modo di vedere il calcio, è una questione di attitudine, anche caratteriale e non solo professionale, che va al di là del campionato in cui militi”.

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Classe '96, Laureato Magistrale in Economia Aziendale con una tesi sulla Corporate Governance delle società calcistiche, italiano di nascita ma cittadinanza napoletana, appassionato di calcio a tal punto che la prima parola detta pare sia stata "Gol" invece di papà o mamma. Quando ho tempo scrivo, o almeno ci provo.

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