ESCLUSIVA PSB – Reggiana, Radrezza: “Ho un ultimo sogno da realizzare. Mai avuto un tecnico come Alvini”

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RADREZZA REGGIANA – I tifosi dell’Atletico Madrid celebrano i propri successi presso la Fuente de Neptuno. Lì, nel 2014, i Colchoneros festeggiarono il decimo campionato spagnolo vinto nella propria storia e l’allenatore, l’iconico Cholo Simeone, durante il proprio discorso esibì una perla di rara intensità: “Si se cree y se trabaja, se puede“. Credendo e lavorando, dunque, tutto è possibile, per tradurre il concetto. Igor Radrezza forse non conoscerà l’evento, ma ha sicuramente tale input dentro di sé. Ha conosciuto la tipica ambizione giovanile, scontratasi successivamente con l’amarezza di un corso degli eventi che non gli ha sorriso per qualche anno. La luce che il ragazzo aveva e ha dentro, però, illuminava la consapevolezza di poter tornare a certi livelli. Così è stato e, insieme alla Reggiana, il centrocampista classe ’93 ha intenzione di sorprendere la Serie B. Raggiunto in esclusiva dai nostri microfoni, queste le sue dichiarazioni.

È passato qualche giorno dal tuo gol, il primo in Serie B, importante per te così come per la squadra. Dato che a caldo era probabilmente complicato chiederti un’analisi di lucida cosa rappresentasse concretamente quel momento, in questi giorni hai avuto modo di pensare al percorso che hai vissuto e costruito per arrivare a quell’istantanea di vita prima che di calcio?

“Al di là del momento del gol, che non scorderò mai perché sono cose che rimangono dentro, sto rivivendo continuamente il mio percorso dalla notte del 22 luglio, quando abbiamo conquistato la promozione in Serie B. Dico sempre che una persona ha o avrà ciò che si merita. Da giovane sono passato dalla Serie B alla Serie D in un solo anno a causa di fallimenti e tasselli che non si sono incastrati nella giusta maniera, per poi rifare il passaggio inverso nello stesso lasso temporale tra il 2019 e il 2020. Mi sono ripreso ciò che mi era stato tolto e posso dire di essermi guadagnato questa possibilità, perché nessuno mi ha mai regalato niente. Ho sempre avuto coscienza del mio valore e le mie potenzialità, sono fiero di me stesso. Abbattersi era possibile, avrei potuto pensare di non essere più in grado di tornare nel calcio che conta, invece mi sono rimboccato le maniche perché ho sempre desiderato ritornare in questa categoria. Questa è la dimostrazione che il rettangolo verde sia l’unico giudice, gli altri discorsi stanno a zero. Sono felice, vado avanti per la mia strada e, non lo nascondo, ho un ultimo sogno da voler realizzare. Non lo dico esplicitamente, ma presumo sia intuibile”.

Una carriera come la tua rappresenta la prova di come con le opportune tappe, e la doverosa ambizione mista a spirito di sacrificio, si possano raggiungere determinati traguardi. Ovviamente le sensazioni portate dall’immaginazione acquisiscono nuove gradazioni quando diventano reali. Che evoluzione ha subito la percezione di te stesso dopo queste positive prestazioni in cadetteria?

“Mentalmente scatta qualcosa ma, come detto poc’anzi, non vedo tutto ciò come un punto d’arrivo e come la tanto attesa tappa finale del percorso. Quando ero nei dilettanti, pochi anni fa, mi domandavo perché fossi finito lì ma, allo stesso tempo, dentro di me avevo la consapevolezza di poter giocare a certi livelli. Sono ritornato in cadetteria, ho pensato di essere in una categoria confacente alle mie caratteristiche e alla mia forza, e l’entusiasmo è alle stelle. Ho una voglia di rivincita incredibile tenendo conto di quanto mi è stato tolto negli anni scorsi e, ripeto, non voglio fermarmi qui, sarebbe troppo facile considerare il viaggio come terminato. C’è un ultimo salto che voglio fare”.

Nel post partita contro il Venezia hai legittimamente sottolineato la paura generata dal nefasto periodo vissuto. Dopo la doverosa sottolineatura della preminenza delle vostre condizioni di salute, quanto vi ha aiutato, in termini di positività e speranza, pensare che prima o poi sareste ritornati a fare ciò che amate?

“Già nella scorsa stagione abbiamo provato la sensazione di stare lontano dal campo per questa brutta situazione che c’è nel mondo, ma lanciammo un segnale importante perché, dopo tre mesi, non fu lesa la nostra voglia di terminare quel campionato. Conquistare la promozione con partite secche è stata una cosa davvero incredibile. La paura è ritornata nell’annata in corso con aggressiva malignità, perché la squadra è stata colpita in massa, ma in quei diciannove giorni abbiamo legato ancora di più e desideravamo dimostrare ancora una volta quanto fosse forte il senso di appartenenza del gruppo. La risposta è stata domenica, non credo sia mai capitata una simile dinamica nel calcio: una squadra intera che non può giocare per motivi di salute. Siamo ritornati e, con pochi allenamenti sulle gambe, abbiamo dato una lezione di vita oltre che di calcio. Ritengo che il nostro sia un esempio per avvalorare la necessità di reagire dopo i momenti bui che la malattia porta”.

Inizialmente abbiamo posto l’accento sul tuo percorso, ma che ruolo ha avuto Massimiliano Alvini in questo processo?

“Ogni giocatore ha un percorso ma, senza un allenatore e una società che credono in te, determinati obiettivi non sono perseguibili. Senza queste componenti, nel mio caso, probabilmente non ci sarebbe stato modo di tornare in cadetteria. Massimiliano Alvini è un allenatore straordinario, ritengo di non aver mai avuto un tecnico così, ma non lo dico perché abbiamo conquistato una promozione insieme, direi lo stesso se fossimo ancora in Serie C. Prepara le partite in maniera spettacolare e maniacale ma è innanzitutto un grande uomo, che dice le cose come stanno. Riesce a trovare i punti di forza in qualsiasi calciatore che ha davanti e a metterli a disposizione del collettivo in relazione alla singola partita. Devo tanto a lui così come al direttore sportivo Tosi, che mi ha voluto fortemente nella passata stagione e mi seguiva già da qualche anno. Adesso possiamo continuare il percorso e sognare insieme”.

Il vostro allenatore è un tecnico che fa dei principi di gioco un proprio caposaldo. Modus operandi che, vedendovi giocare, avete assolutamente assimilato, dato che non avvertite dogmi né imbracature di qualsiasi tipo ma, all’interno di un organizzato contesto collettivo, mostrate cognizione e senso di responsabilità. Insomma: ognuno di voi sa di essere importante e di poter incidere. Confermi questa lettura?

“Certo. Abbiamo un’identità ben precisa, la Reggiana vuole distinguersi e stupire proprio con questi metodi che trasmette il mister. Giochiamo un calcio palla a terra, che esalta le caratteristiche di chi va in campo. Alvini sa perfettamente cosa può dare ogni calciatore ed è in grado di esaltare l’individualità tenendo comunque conto dei principi da rispettare. Lo stiamo seguendo alla grande da oramai un anno e mezzo, ci divertiamo e vogliamo continuare così”.

Che rapporto c’è tra te e il mister in termini di gestione della tua capacità creativa con il pallone?

“Ho un rapporto bellissimo con il mister, così come tutti i miei compagni. Sa come spronarmi ma, allo stesso tempo, non mi assilla perché caratterialmente mi conosce e, come dicevo, anche sotto questo punto di vista è strepitoso, perché si relaziona con i calciatori tenendo conto della personalità di ognuno di essi. Sa toccare le giuste corde emotive. Mi lascia molta tranquillità, ovviamente impartendo i compiti da eseguire in campo. Ripeto, voglio continuare a seguirlo perché nella mia carriera non ho mai avuto un allenatore così”.

La più diretta delle conclusioni: dove credi possa arrivare questa Reggiana?

“È un campionato diverso da quello dell’anno scorso, c’è molta più qualità e squadre davvero forti. Ad ogni modo ritengo che, continuando con questa intensità e abnegazione, potremo sicuramente divertirci e stupire. Credo che si possa fare un altro grande campionato, ma è presto per esporsi eccessivamente, perché la cadetteria è lunghissima e molto strana, la classifica cambia continuamente. Pensiamo innanzitutto a salvarci ma, ribadisco, vogliamo stupire ancora”.

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Classe '96, Laureato Magistrale in Economia Aziendale con una tesi sulla Corporate Governance delle società calcistiche, italiano di nascita ma cittadinanza napoletana, appassionato di calcio a tal punto che la prima parola detta pare sia stata "Gol" invece di papà o mamma. Quando ho tempo scrivo, o almeno ci provo.

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